Dimenticavi le paillettes e i lustrini. Il nuovo Milan di Allegri è cinico e spietato. Soprattutto vincente. Con il 2-0 ad Auxerre, i rossoneri hanno centrato il biglietto per gli ottavi di finale di Champions League. Sabato è arrivato l’1-1 con la Sampdoria ma, paradossalmente, in una delle migliori prestazioni dell’anno. Quindi il pareggio di Marassi non intacca l’opinione generale su una squadra che ora può definirsi tale. Prima era una cozzaglia di invidualità, con la longa manus di Berlusconi a disegnare improbabili alchimie tattiche. Ora c’è un disegno. Disctubile – in Europa, con il secondo posto nel girone, il cammino del Diavolo potrebbe interrompersi già agli ottavi – ma c’è. Non do troppi meriti a Robinho: non mi fa impazzire. Quando tornerà Pato, in attacco sarò più tranquillo. Però almeno corre, a differenza di Ronaldinho il cui cammino nel Milan è ormai segnato in modo definitivo.
Quando davanti c’è Ibrahimovic, del resto, tutto viene più facile. Dicevano segnasse solo in campionato e fosse inconsistente in Europa. Alla luce di questo girone eliminatorio, bisogna rivedere i giudizi. Delle sette reti realizzate dal Milan, quattro portano la firma dello svedese e sono tutte decisive: senza la doppietta di Inzaghi contro il Real Madrid ora i discorsi sarebbero forse diversi, ma il timbro dell’uomo di Malmoe su questo gruppo è ormai evidente a tutti. Nelle ultime gare, Ibra ha sempre segnato o fatto segnare i compagni. Uomo squadra a tutto tondo. Allegri ha provato ad accontentare il presidente Berlusconi agli esordi della sua gestione, cercando una difficile coesistenza tra tutte le stelle rossonere. Poi, aiutato anche dagli infortuni che in attacco hanno ridotto le possibilità di scelte, ha deciso: davanti ci pensa Zlatan, dietro è meglio rinforzare gli argini. Sin qui, grazie all’eccellente stato di forma dei suoi cursori in mediana (Flamini, Gattuso e Ambrosini), l’alchimia è riuscita.
In Italia basterà, ne sono certo. E, dopo sette anni a digiuno di scudetti, al popolo rossonero basta e avanza.