Io ho la sua maglietta in camera. Rispetto per Pippo

Un numero, un uomo, una religione

L’analisi del derby perso domenica sera contro l’Inter dal mio Milan è semplice. Loro sono più forti. Punto. Noi, nella gara secca, possiamo giocarcela con tutti solo se siamo al completo.

Ci mancava il più grande difensore del mondo, Nesta, e al suo posto ha giocato un nonno di nome Favalli, scaricato tre anni fa dall’Inter ed inventatosi centrale perchè la nostra società, in estate, ha puntato su Onyewu. Un americano che gioca a pallone, pensa te…

Non c’era Zambrotta e, sulla destra, ha giocato Abate. Centrocampista discreto per una squadra di media classifica, difensore mediocre a qualunque livello. Specie in un derby. Milito ringrazia.

Infine, mancava Pato. Qualcuno si era dimenticato di lui, il nostro grande talento. L’unico attaccante del Milan in grado di saltare l’uomo. Beckham e Ronaldinho ormai giocano solo da fermi, con loro è tutt’altra cosa. Rispetto per l’inglese, meno per il brasiliano. Segnare tre gol al Siena in dieci o ad una provinciale come la Juve è facile. Poi, quando ti trovi contro Maicon o Santon la musica cambia eccome. Neanche su rigore è stato capace di segnare. Bocciato, bocciatissimo. Ma me lo aspettavo. E chi ha vissuto la vigilia con me, sa bene che non mento.

Potrei aggiungere che non capisco la fiducia in porta a Dida, ma tutto sommato – anche se la punizione di Pandev era parabile – non è lui il colpevole per la sconfitta. Piuttosto, la sua situazione mi offre il gancio per affrontare un discorso che mi sta più a cuore.

La riconoscenza. C’è chi dice che nel calcio non esiste, io penso siano solo palle. Deve esserci nella vita e nello sport. In questa stagione del Milan, dove Leonardo sta peraltro facendo meglio di quanto potessimo pensare noi tifosi, ci sono due situazioni indigeste. Parlo di Storari e soprattutto di Pippo Inzaghi.

Il primo ha avuto la sfiga di farsi male, dopo averci parato il culo (scusate il francesismo, ma il verbo parare è più che mai appropriato) ad inizio campionato quando la squadra era impresentabile. Dida, dopo due errori marchiani, ha azzeccato due parate e non è più uscito. Storari, quando è tornato, l’hanno mandato in prestito alla Sampdoria. Ma io continuo a non aver fiducia nel brasiliano che, ricordo, ci ha fatto perdere la Champions del 2005 contro il Liverpool ed almeno due scudetti buoni con le sue parate in stile saponetta.

Su Inzaghi, che dire. Il Milan dell’ultimo decennio gli deve tutto. Alla Juve lo odiavo, da quando è arrivato al Milan è il mio idolo indiscusso. Ho una maglia del Milan in camera. Ed è la sua, numero nove. Borriello in questo momento è più forte e non si discute, ma ieri sera Pippo è stato trattato come un cane. E non se lo meritava. In undici contro dieci, ci serviva la seconda punta e Leonardo ha aspettato gli ultimi dieci minuti per metterla in campo.

Ma ha scelto Huntelaar, non lui. No, io non ci sto. A prescindere dalle caratteristiche tecniche dei giocatori in questione – la coppia Borriello-Inzaghi ha un senso, Borriello-Huntelaar no – era la storia di Inzaghi a meritare quei dieci minuti. Era il suo cuore, la sua voglia di gol. L’infinita passione che ha dato per questa maglia e per il gioco del calcio.

Probabilmente è stato il suo ultimo derby, a fine anno se ne andrà. Avrei voluto un finale migliore per la più grande storia d’amore vissuta dal popolo rossonero dai tempi di Van Basten ad oggi.

Inzaghiano sempre…troppo Inzaghiano

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One Response to Io ho la sua maglietta in camera. Rispetto per Pippo

  1. Andrea ha detto:

    Ciao, ho scoperto oggi il tuo blog ed, essendo milanista e bresciano, l’ho subito apprezzato. Sul derby purtroppo c’è poco da dire, si hanno aperto il culo. Peccato che, anche quando fanno una bella figura sul campo, riescono a rendersi ridicoli con la teoria del complotto. Va bè, questa è un’altra storia. Inserirò il tuo blog tra i miei preferiti, ciao

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