Zoeggeler, Pittin e quel passaggio di testimone. Ma per quattro anni non li cagherà nessuno…

Questo blog è stato chiuso una settimana. Non mi va di addentrarmi in cose personali. Dico solo che questa è come se fosse casa mia e, in questi giorni, non avevo la serenità necessaria per aprirvi le porte. Ora proviamo a ricominciare.

Avrei voluto ripartire con un ricordo di Marco Pantani. Vi assicuro che arriverà, nei prossimi giorni: il tempo di capire come si importa il servizio che ho curato per il mio tg. Lì c’è tutto, anche una spolverata del mio sentire di questi ultimi (difficili) giorni.

E’ giusto, doveroso direi, parlare però delle Olimpiadi invernali iniziate venerdì a Vancouver. Preferisco la versone estiva, come tutti credo, ma i cinque cerchi hanno sempre il loro fascino. Proprio per questo, avrei fermato almeno la cerimonia inaugurale venerdì sera dopo la morte del povero slittinista georgiano. ‘The show must go on’, si dice. Almeno alle Olimpiadi, tuttavia, avrei pensato ad uno scenario diverso. Più umano.

Tant’è, sono iniziate le gare. Prevedo che sarà un’Olimpiade difficile per l’Italia, come sempre capita quando si arriva da un’edizione in casa. Sarà difficile migliorare i cinque ori di Torino 2006, magari a 11 medaglie ci possiamo anche arrivare ma servirà fortuna. E bravura.

Due carte ce le siamo già giocate e, buon per noi, sono andate a segno. Due bronzi che valgono, due belle storie. Olimpiche. Alessandro Pittin ha 20 anni: pur seguendo tutti gli sport, ho iniziato ad accorgermi di lui solo negli ultimi mesi. La combinata nordica in Italia è uno sport ancora più sommerso dei tanti, già messi in un angolo, presenti ai Giochi invernali. Eppure ha grandissima tradizione: unisce salto e sci di fondo. Mica pizza e fichi. E’ un po’ come il triathlon, ma sulla neve e non sulla strada.

Serve esperienza, classe. Impensabile che un italiano, per di più ventenne, possa dire la sua. Invece Pittin ce l’ha fatta. Ci ho messo poco, ieri sera, per capire che eravamo davanti ad un fenomeno. In mezzo ai mostri sacri della specialità, ha miscelato l’incoscienza della sua età alla calma dei più forti. Ne è venuto fuori un bronzo capace di farmi alzare sulla sedia. E di posticipare la scrittura di un articolo, finito poi alle 2.30, per non perdermi nemmeno un secondo di una gara che è stata a suo modo storica. Grandissimo.

Armin Zoeggeler, invece, di anni ne ha 36. Nel nostro paese gli altoatesini (a volte anche dal sottoscritto, lo ammetto) sono considerati stranieri: li riscopriamo ogni quattro anni, proprio in concomitanza con le Olimpiadi della neve. Dove, senza di loro, saremmo una nazione da terzo mondo o quasi. Ma questo è uno che tutta Europa ci invidia e prende a modello. Noi, invece, a malapena sappiamo chi sia. Ieri notte, però, per chi non lo sapesse, è stato il primo azzurro a conquistare cinque medaglie consecutive ai Giochi. Fenomeno, da vent’anni sulla cresta dell’onda. Dopo la terza manche, pensavo potesse cedere il bronzo al russo Demtschenko. Invece ha piazzato la zampata del campione, entrando nella leggenda.

Mi piace pensare che Armin – ammesso e concesso che a Sochi, tra quattro anni, non ci sia… – possa lasciare il testimone a Pittin. Diversi, diversissimi, eppure entrambi con la stoffa del campione nel DNA. Oggi l’Italia sportiva li celebra, provando a trovare spazio sui giornali tra un rigore discutibile assegnato alla Juve e le polemiche da bar tra Mourinho e De Laurentiis.

Per quattro anni, statene certi, non li cagherà più nessuno. Così come accade per i nostri tiratori, gli schermidori che puntualmente ci evitano di naufragare nel medagliere delle Olimpiadi estive. Li esaltiamo quando ci fa comodo, poi li lasciamo soli.

Brutto vizio. Ne sa qualcosa anche Marco Pantani. Chissà se avrà tifato anche lui per loro, ieri, a sei anni dalla sua morte.

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One Response to Zoeggeler, Pittin e quel passaggio di testimone. Ma per quattro anni non li cagherà nessuno…

  1. Armin ha detto:

    Grazie Luca, ci fa piacere che gli italiani ogni tanto si ricordino di noi alto-atesini!

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